Episodio 2 – 10 giugno 2010

– lettera-h-corsivo-maiuscolo o rubato il rossetto a mia cugina, prima di venire qui! Con questo ti assicuro che Ben McGallan ti noterà di sicuro… – mi dice Rachel con un’espressione soddisfatta, mentre con il piede si dà l’ennesima spinta per girare sulla sedia della mia scrivania.

Mi volto di scatto.

– Perché, pensi che ci sarà anche lui stasera? – le rispondo speranzosa, intenta a cercare qualcosa da indossare nel mio armadio.

– Certo, sua sorella ha un anno in meno di noi, quindi verrà insieme a tutta la loro famiglia. –

La scelta del mio abbigliamento ora diventa una questione molto più seria: Ben, il ragazzo che mi piace da almeno due anni, stasera sarà alla festa. Non posso farmi sfuggire l’occasione di conoscerlo.

– Megaaaaaaaan! – dal piano di sotto, arriva la voce di mia madre che mi chiama, praticamente urlando.

– Dimmi mamma! – le rispondo sporgendomi sulla porta della mia camera, in direzione delle scale.

– Sbrigati, il padre di Rachel è appena arrivato! Avete dieci minuti per finire di prepararvi, poi usciamo tutti insieme. –

Rientro in camera completamente e chiudo la porta. Vedo Rachel frugare qua e là nei miei cassetti, e lanciare dei vestiti sul letto.

– Tieni, mettiti questi! –

Mi avvicino, li osservo e devo ammettere che Rachel ha fatto centro: una gonna color azzurro chiaro a balze lunga fino a sopra il ginocchio, una camicetta bianca smanicata e un foulard per capelli dello stesso colore della gonna. Li indosso e l’effetto finale mi piace.

Anche Rachel si veste e ci mettiamo vicine davanti allo specchio a guardarci: siamo bellissime stasera. Lei con il suo vestito giallo, che le fa risaltare la carnagione ereditata dal padre messicano, e io con il completo scelto da lei.

Un’ultima occhiata, un sorriso reciproco e usciamo dalla camera quasi saltellando. Sarà una bellissima serata.

Arriviamo di fronte alla scuola in orario; in auto ci siamo io, mamma e Rachel sui sedili posteriori, mentre davanti, vicino a Tom al volante, il signor Ortiz. Parcheggiamo, scendiamo e raggiungiamo l’entrata dove ci stanno aspettando papà e Will. Anche loro, lontano da ogni aspettativa, sono molto eleganti.

La scuola è tutta addobbata per la festa, con un grosso striscione posto sopra la porta principale con scritto “Marigold Hills Middle School 2010” e, sparsi in giro, ogni sorta di palloncino, festone e stella filante.

Guardandomi attorno mi rendo conto che questa sarà l’ultima sera che varcherò questa soglia e camminerò nei corridoi di questo edificio: tra tre mesi sarò ufficialmente una studentessa della High School, insieme ai ragazzi più grandi. Questa è l’estate del cambiamento.

Al di là dell’entrata, il preside Beckett ci accoglie con un grande sorriso e una stretta di mano ai genitori, ringrazia per la partecipazione e ci invita ad accomodarci nella palestra adibita a sala ricevimento e sala da ballo.

Una volta lì ci dividiamo: io e Rachel andiamo alla ricerca di Ben, mentre i nostri genitori, insieme a mio fratello, si uniscono al gruppo di adulti già presenti in palestra.

Ad intonare le note di una canzone conosciuta c’è una band composta da alcuni ragazzi che frequentavano questa scuola l’anno scorso, posizionati su un palchetto montato per l’occasione. Le luci basse e colorate si muovono a ritmo di musica. Ovunque guardo ci sono tantissime persone, e viene quasi difficile distinguerle. La mia ricerca sarà più difficile del previsto.

– Rachie, tu vedi qualcuno della nostra classe? –

– Per ora no, proviamo ad avvicinarci al tavolo del rinfresco, lì è più illuminato! –

Iniziamo a camminare in quella direzione tenendoci per mano, per non perderci tra la folla di gente che balla. A metà strada ci troviamo in mezzo alla pista e la band intona una delle nostre canzoni preferite. Ci guardiamo, e per un attimo mettiamo da parte la nostra “missione” e cominciamo a saltare cantando. L’atmosfera è magica. Il tempo vola così, tra un ballo e l’altro.

– Meg! Fermiamoci un attimo, andiamo a bere qualcosa! – mi urla all’orecchio Rachel, per riuscire a sovrastare la musica.

– Va bene, ti seguo! – le urlo io a mia volta.

Sul tavolo del rinfresco, oltre ai vari stuzzichini, c’è un grosso recipiente di punch rigorosamente analcolico, bibite varie e acqua. Neanche l’ombra di qualcosa di più forte, nemmeno per gli adulti. Ci versiamo due bicchieri di aranciata e iniziamo a scrutare i vari gruppi di persone, alla ricerca di Ben.

All’improvviso Rachel mi prende il braccio, si blocca e mi sussurra:

– Non girarti di scatto, è dietro di te che mangia una tartina… –

Spalanco gli occhi e il viso inizia a scaldarsi, mi sento rovente e, sicuramente, paonazza. La mia pelle solitamente di un bianco quasi diafano ha preso un colore simile a quello dei miei capelli.

Nel mentre io cerco di riprendermi dall’emozione di essere a così poca distanza da Ben, lui si allontana e lo vediamo salutare sua sorella e i suoi genitori, prima di uscire dalla porta della palestra.

Se ne sta andando?

– Seguiamolo! – decide Rachel.

Iniziamo a camminare a passo svelto verso l’uscita, e lo vediamo in lontananza mentre scende gli scalini dopo l’ingresso, diretto al parcheggio. Seguendo i suoi passi ci ritroviamo vicino alle prime auto parcheggiate e, da dietro una di loro, lo vediamo salire su un pick-up. Il ragazzo alla guida mette in moto e spariscono nel buio del viale alberato davanti alla scuola.

– Fantastico, anche stasera non sono riuscita a dirgli mezza parola. Cosa c’è in me che non va? Non mi ha nemmeno notata… – dico amareggiata, sedendomi su un muretto lì vicino.

– Ti sbagli: quando eravamo al tavolo del rinfresco ti ha notata eccome! Lo vedevo come ti guardava… E in ogni caso avrai altre occasioni per rifarti, fidati di me! –

– Non era me che guardava. Piuttosto sarà stato intento a guardare te mentre cercavi di rimanere seria davanti al mio viso che esplodeva… – rispondo.

Scoppiamo a ridere tutte e due, di gusto. Rachel mi tende la mano e mi fa alzare in piedi.

– Dai, torniamo alla festa. –

Ci incamminiamo di nuovo verso l’entrata ma la nostra attenzione viene richiamata da un fischio non lontano. Ci voltiamo, ma non vediamo nulla. Solo le auto e i lampioni che ormai si sono accesi perché il sole è tramontato.

Di nuovo un fischio e in aggiunta il mio nome:

– Meg! Venite qui! –

Poco distanti, da dietro le ultime auto prima del viale, spuntano le teste di due nostri compagni di scuola: Liam Hale e Daniel Stone. Ci fanno cenno di avvicinarci in fretta. Lo facciamo, e una volta raggiunti noto una lattina di birra nelle mani di Daniel.

– E quella? Dove l’hai presa? – chiedo.

– Nella sala dei professori. Mio padre a cena si è fatto sfuggire che nel loro frigo-bar ne tengono una scorta in situazioni come queste, quando gli alcolici sono banditi dalle feste scolastiche. – mi risponde con un ghigno soddisfatto.

– E se vi scoprono? Oltre a non avere l’età per bere alcolici, l’avete anche rubata! Non cambierai mai Danny, anche l’ultimo giorno… – lo rimprovero con una leggera rassegnazione, dopo tutte le volte in cui l’ho fatto.

È da quando siamo piccoli che cerco di evitare che faccia delle stupidaggini: siamo cresciuti praticamente insieme poiché abita a due passi da casa mia, e ormai lo considero come un fratello.

– Appunto perché è l’ultimo giorno che dobbiamo festeggiare! – ribatte subito Liam, il migliore amico di Daniel.

– Non hanno tutti i torti Meg… – dice Rachel prendendo la lattina e bevendone un sorso – Su, festeggiamo! –

In effetti cosa può succedere di male: una lattina di birra scadente, divisa in quattro, ad una festa di fine anno. Mi convinco anch’io a non dar peso alla cosa e mi rilasso un po’.

Ci sediamo per terra in cerchio, sempre nascosti dietro le auto, e iniziamo a parlare del più e del meno. Gli argomenti variano dalle partite di football della squadra scolastica in cui giocano Daniel e Liam, alle aspettative per il nuovo anno alla High School.

Rimaniamo così per una buona mezz’ora, quando Daniel riceve un sms:

Danny sono appena arrivata. 1 ora e mezza di ritardo per colpa dei miei, poi ti spiego. ☹ Ti aspetto all’entrata. Isabel ❤

La prima volta che vidi Isabel Brewer fu quando iniziò a frequentare il mio stesso corso di nuoto qui, a Marigold Hills, dopo essersi trasferita da New York quattro anni fa circa. Da quel momento diventammo buone amiche e, oltre che il nuoto, condividevamo anche lo stesso banco durante la maggior parte delle lezioni a scuola. Inoltre, fa coppia fissa con Daniel dall’inizio dell’anno. Era da molto che si piacevano, ma non avevano mai avuto il coraggio di dichiararsi. Poi un giorno, ad una festa, fui proprio io a fare le presentazioni, essendo amica di tutti e due.

– Ragazzi è arrivata Bella, mi aspetta all’entrata. Che ne dite di accompagnarmi, così poi andiamo a recuperare un’altra birra dal “pozzo magico”? – mentre lo dice si mette a ridere da solo.

– Per me non c’è problema, amico! – dice Liam.

– Anche per noi va bene! – afferma Rachel tirandomi una piccola gomitata come a volermi dire di non ribattere.

Tutti e tre aspettano la mia risposta, ma mi limito ad un cenno di assenso. Non sono molto convinta che sia una buona idea, ma in fondo ci stiamo divertendo.

Gettiamo la lattina vuota in un porta-rifiuti nel parcheggio e ci avviamo verso Isabel, che ci aspetta sotto lo striscione all’entrata. Appena arriviamo, salta tra le braccia di Daniel imprecando contro i suoi genitori che, per l’ennesima volta, si sono trattenuti al lavoro facendola arrivare in ritardo ad un appuntamento importante.

– Come mai arrivate dal parcheggio? Perché non siete dentro con gli altri? – chiede Isabel curiosa.

Così Daniel le spiega della riserva segreta dei professori e delle nostre intenzioni, e lei sembra quasi eccitata dall’idea di infrangere le regole, per una volta. Decidiamo di andare subito, in modo da aprire l’aula, prendere la birra e tornare nel parcheggio, lontani da sguardi indiscreti.

Intanto dalla palestra si sentiva ancora la musica, ma ora era più tranquilla, forse perché la serata stava per volgere al termine.

Tra qualche imitazione di spia dei film da parte di Liam e le nostre risate, sgattaioliamo fra i corridoi e le scale, fino ad arrivare al primo piano dove si trova la sala degli insegnanti. Le luci sono tutte spente, solo dalle finestre filtra quella dei lampioni che ci permette di non inciampare su noi stessi o di andare a sbattere addosso agli armadietti. Fila tutto liscio, nessuno ci ha seguiti, e siamo ad un passo dal compiere la nostra “missione segreta”, come la chiama Liam.

Poco prima dell’aula ci riuniamo tutti e cinque in cerchio e decidiamo come agire: i ragazzi sarebbero entrati, mentre noi tre saremmo rimaste di fuori a fare da palo.

Ci avviciniamo piano.

Siamo quasi giunti alla meta, quando sentiamo delle voci che sussurrano provenire da lì dentro.

Ci blocchiamo immediatamente e ci appiattiamo contro la parete a fianco della porta per non farci vedere attraverso il suo vetro. Sento il cuore battere a mille, e di sicuro non sono la sola.

Rimaniamo fermi un attimo per capire cosa fare: Daniel e Liam non vogliono rinunciare alla loro birra, Isabel vuole andare in palestra con tutti gli altri, Rachel è indecisa tra una cosa e l’altra, ed io?

Io sono l’unica rimasta insospettita dalla situazione: perché durante una festa di fine anno, due persone si incontrano nell’aula dei professori con la luce spenta, sussurrando e con la porta semichiusa?

Propongo di rimanere ad ascoltare cosa stanno dicendo, quantomeno per dare una svolta più interessante alla serata e, nel caso le due persone dovessero avvicinarsi alla porta per uscire, basterà nascondersi dietro agli armadietti, favoriti dal buio. Poi, andati via i due ignoti, potremo tornare all’azione.

L’idea viene accettata da tutti e così ci posizioniamo intorno alla porta: due da un lato e tre dall’altro, in assoluto silenzio.

Purtroppo però, riusciamo solo a capire che si tratta di una donna e di un uomo, ma non della loro identità. Si sentono poche parole nitide, e senza un senso compiuto. “Andare”, “figlio”, “indirizzo” … niente di più.

La porta non è agganciata, così Liam, preso coraggio, la spinge lentamente per aprire uno spiraglio e permetterci di capire qualcosa in più del discorso.

Effettivamente ha funzionato. Ora riusciamo a captare ogni cosa che viene detta sia dall’uomo che dalla donna. Ma forse siamo arrivati tardi, perché i due si stanno congedando, e le uniche frasi che sentiamo dire loro sono:

– Ricordati le indicazioni che ti ho dato. Il resto te lo darò tra una settimana. Non cercarmi, mi farò viva io. –

– E se mia moglie dovesse fare delle domande? O peggio, mio figlio? –

– Non succederà, Roger. Filerà tutto liscio. –

Dopo queste parole sentiamo la donna avvicinarsi alla porta per andarsene, così ci rifugiamo tutti insieme dietro gli armadietti come deciso. La vediamo allontanarsi lungo il corridoio, poi sparisce giù per le scale.

Rimaniamo un attimo in silenzio. Ma l’abbiamo sentito tutti, non possiamo fingere.

“Roger”. Il nome del padre di Daniel, il nostro professore di storia.

Daniel, confuso, rimane al buio appoggiato contro il muro insieme a Isabel e Rachel, mentre io e Liam ci avviciniamo ancora alla porta per vedere se è davvero come pensiamo. E, nonostante sperassimo con tutto il cuore di esserci sbagliati, lui è lì, intento ad infilare una busta arancione nel suo cassetto personale e richiuderlo. Subito torniamo insieme agli altri, e da lontano guardiamo il professor Stone andarsene e tornare alla festa.

Nessuno di noi sa cosa dire, cosa pensare. Il tono del discorso origliato poco fa è tutto fuorché innocente o degno di fiducia. Sembra qualcosa di grosso, di serio, di pericoloso.

Spezzando i nostri pensieri, Daniel, con uno scatto, si stacca dalla parete e va deciso verso la porta dell’aula, la apre ed entra. Noi lo seguiamo di corsa, ed entrati, lo vediamo trafficare con il cassetto personale del padre.

– È chiuso con un codice! – dice, tirando un pugno sullo sportello, infischiandosene del rumore provocato.

– Cosa vuoi fare, aprirlo? E poi? Non puoi rubare la busta, tuo padre la cercherà… – gli dice in modo tranquillo Isabel, cercando di calmarlo.

– Non mi interessa, devo sapere cosa contiene. Avete sentito anche voi, no? “E se mia moglie dovesse farmi domande, o mio figlio…”, ho tutto il diritto di sapere, potrei anche essere coinvolto! –

– Prova con la tua data di nascita, o con la data del matrimonio dei tuoi. – suggerisce Liam.

Daniel inserisce vari numeri, prova diverse combinazioni e ad un certo punto sentiamo un rumore. Ci è riuscito.

Lentamente lo apre, come se avesse paura che dall’interno potesse uscire un animale pericoloso. Sfila la busta e si gira dalla nostra parte, lasciando il cassetto aperto. Sembra gonfia, pesante. Daniel tentenna qualche secondo prima di strappare la parte superiore e guardare dentro. Quindi, senza fretta, compie quel gesto: delicatamente, quasi con mano tremante, apre la busta e se l’avvicina al volto per vedere meglio all’interno, ma di colpo, dopo averlo fatto, l’allontana. Ci guarda con un’espressione mai vista sul suo volto. Era un misto di terrore e smarrimento. Poi, sempre con una calma spaventosa, si avvicina al grosso tavolo in mezzo alla stanza e sopra ad esso rovescia il contenuto della busta.

Davanti a questa rivelazione, ogni cosa, la festa al piano di sotto, la paura di essere scoperti, i genitori che sicuramente si stavano chiedendo dove fossimo finiti, è scomparsa dalla nostra mente. Ogni stupida cosa.

Letteralmente impietriti, rimaniamo tutti in cerchio intorno al tavolo, con lo sguardo fisso su quella pistola e quell’assegno da 20.000 dollari.

 

 

Episodio 1 – 23 Dicembre 2015

lettera-d-corsivo-maiuscoloal vetro appannato si potevano scorgere i fiocchi di neve che cadevano lenti. Li osservai per qualche minuto prima di alzarmi dal letto, dove avevo passato le ultime ore.

Mi avvicinai alla finestra e osservai come ormai la neve stava attecchendo al terreno. L’atmosfera fuori era tranquilla, un paio di bambini giocavano per la strada sgombra dalle auto, in attesa di essere chiamati in casa dalle rispettive madri, per cenare. Una coppia passeggiava prendendosi per mano, dirigendosi verso il centro città, forse per acquistare i regali natalizi dell’ultimo minuto.

Ebbi come la sensazione che tutto quello che era accaduto nei due giorni precedenti fosse soltanto frutto della mia immaginazione. Un incubo. Un brutto incubo.

Questa immagine fu interrotta dalla suoneria del mio cellulare. Rimasi ancora qualche secondo a perdermi con lo sguardo al di là di quel vetro, come a non voler tornare alla realtà. Lo lasciai suonare ancora qualche secondo e poi risposi.

– Sì? Chi parla? –

Dall’altro capo del telefono, una voce femminile.

 – Megan, sono Rachel, ci siamo. Hai venti minuti. –

Silenzio. Avevo aspettato quella telefonata nelle ultime ventiquattro ore, ed ora era arrivata. Non ero sicura di essere pronta.

 – D’accordo, Rachel. –

Venti minuti. Avevo venti minuti per raccogliere le idee e ciò che mi sarebbe servito per stare lontana da casa per un po’.

Al piano di sotto sentivo il rumore delle stoviglie che mia madre stava utilizzando per preparare la cena a tutta la famiglia: lei, il suo compagno Tom, mio fratello Will e me. Ovviamente, loro erano all’oscuro di tutto quello che stava accadendo.

Mi ritrovai a viaggiare con la mente pensando a quando li avrei rivisti, in quali circostanze. Domani sarebbe stata la Vigilia di Natale e, come da tradizione, la sera saremmo stati tutti svegli ad aspettare la mezzanotte per scartare i primi regali.

Scacciai quei pensieri e guardai l’ora: avevo dieci minuti.

Presi il borsone che tenevo ormai da giorni nascosto sotto il letto; dentro ci avevo messo dei vestiti, delle scarpe comode, alcuni medicinali, e tutto quello che pensavo mi sarebbe servito per la fuga.

Mi guardai intorno per assicurarmi di non aver tralasciato nulla e mi incamminai verso la porta della camera. Girai la maniglia e uscii, lasciandomi alle spalle quella stanza che fin da bambina mi aveva sempre trasmesso un senso di protezione, come se quello fosse il luogo più sicuro al mondo. Beh, mi sbagliavo.

Chiusi la porta e per terra appoggiai una busta chiusa contenente una lettera, indirizzata alla mia famiglia. Cercando di evitare ogni minimo rumore, scesi le scale. Credo che ad un certo punto smisi anche di respirare pur di non far notare la mia presenza.

Dalla cucina arrivavano le voci di mamma e Will, che discutevano a proposito dell’abbigliamento che avrebbe dovuto avere mio fratello per la festa di Natale: mamma insisteva perché indossasse qualcosa di elegante, mentre lui diceva di volersi presentare con una delle sue tute sportive, da buon giocatore di football. Erano settimane che stavano sull’argomento, e ancora mamma non si era rassegnata.

Mi resi conto che mi sarebbero mancati anche questi battibecchi. Una morsa allo stomaco mi prese alla sprovvista, e per un attimo pensai di raggiungerli in cucina a dire loro tutto. Una parte di me voleva chiedere aiuto. Ma non lo feci.

Cinque minuti. L’orologio del salone segnava le 18:36, e io dovevo andare.

Sgattaiolai giù dagli ultimi due scalini e raggiunsi la porta d’entrata, lontana dalla cucina. Un ultimo sguardo alle mie spalle, socchiusi gli occhi prendendo un grosso respiro, e uscii.

L’aria gelida unita a dei piccoli fiocchi di neve mi invase il viso, raffreddandolo. Ormai era buio e, sotto la luce dei lampioni, si vedeva che il livello della neve era aumentato. Quando, tra meno di un’ora, Tom sarebbe tornato a casa per la cena, avrebbe di sicuro visto delle impronte che dalla porta d’ingresso raggiungevano il vialetto, fino a sparire lungo la strada. Ma poco importava: avrebbero trovato di lì a poco la mia lettera, così proseguii.

Iniziai a camminare lungo il vialetto, e quindi in strada, lungo il marciapiede che costeggiava le villette del mio quartiere. Guardandole mi vennero in mente degli episodi della mia infanzia: la prima volta in bicicletta, la caduta con i rollerblade, il mio primo bacio con Ben McGallan, un ragazzo di un anno più grande per cui mi ero presa una cotta durante l’estate dei miei 15 anni.

L’estate del 2010.

L’estate dove tutto ebbe inizio.

All’improvviso avvertii un brivido lungo la schiena. Non erano le temperature di quella sera di dicembre ad avermelo provocato, bensì quel pensiero. Mi aveva raggelata. Il quartiere che avevo sempre creduto dimora dei miei ricordi più spensierati, era diventato il covo di qualcosa di orribile. E ora, a cinque anni dall’inizio di tutta questa brutta storia, il passato tornava a farsi vivo, determinato a portare alla luce tutto quello che in questi anni avevamo cercato di seppellire.

Continuai a camminare. Faceva sempre più freddo, nonostante la grande sciarpa che mi ricopriva fino a sopra il naso. Ma ero quasi arrivata.

In lontananza vidi la villetta dove mi stavo dirigendo. Più precisamente, la mia meta era il capanno degli attrezzi in quel giardino, e le luci al suo interno erano accese. Qualcuno mi aveva battuto sul tempo.

Aprii il cancelletto dello steccato in legno e mi avviai verso il grosso portone del capanno. Man mano che mi avvicinavo, sentivo delle voci a me familiari. Appoggiai la mano sulla maniglia e mi fermai a guardarla per un attimo, pensando a quante volte in passato avevo compiuto quell’azione prima di quella sera. La abbassai ed entrai.

Le voci che fino a poco prima percepivo da dietro la porta, al mio arrivo si fermarono e, illuminati dalla luce della grossa lampada al centro del soffitto, vidi quattro volti conosciuti che mi osservavano entrare: erano Rachel, Daniel, Liam e Isabel. Eravamo tutti lì, tutti insieme, come non lo eravamo da molto tempo.

Chiusi la porta alle mie spalle, consapevole del fatto che quel gesto avrebbe segnato l’inizio di qualcosa. Ma nessuno di noi sapeva quello che sarebbe successo di lì a poco.